Lunaspina's profileεïз L'iperuranio di Luna...PhotosBlogListsMore Tools Help

εïз L'iperuranio di Lunaspina εïз

°*°...lasciate un'impronta del vostro passaggio con passo vellutato ma voce acuta...°*°

L'urlo incompreso del Jazz

Jazz.

Se il jazz è il suono dell’anima, come ho forse sentito dire (o come ho forse immaginato di sentire), io ci credo. E ci credo proprio perché non esprime un bel nulla. Proprio come farebbe l’anima umana, qualora esistesse. C’è della rabbia in quel nulla. Ed è volutamente lasciata a briglia sciolta. Volutamente lanciata per aria, come una pallottola, per suscitare paura, o solo per avvisare, per mettere tutti sull’attenti. Il jazz è l’espressione pura del puro, astratto, e per questo ancor più tangibile, NON senso della vita. Lo sputa e lo grida forte e chiaro, senza peli sulla lingua, come pescivendole al mercato che vogliano mettere in bella mostra se stesse e la loro mercanzia, così i jazzisti pretendono ascolto per i loro incomprensibili suoni. Potrebbe apparire semplice ignoranza la mia, o addirittura la critica di un’invidiosa, indispettita perché non riesce a scorgere la grandezza di questo secolare genere musicale. Nulla di più errato. Io ne scorgo, e penso pure di averne appena colto, proprio stasera, la genialità. La esalto, l’ammiro, lodo esterrefatta l’effetto riflessivo che ha avuto sul mio spirito. E al contempo la odio. Detesto la sua chiarezza delucidatrice esasperante che non lascia adito a dubbi sul suo intento. Amo, al contempo, il commuovente coraggio dell’enunciare una palese verità da sempre tanto temuta dall’umano da non esser mai stata compresa, figuriamoci accettata. Ma la verità messa in bocca a quella tromba è così meramente laconica da nausearmi, spegnermi di bruciante consapevolezza. Il jazz è puro caos.

Vuole esserlo, è questo il suo intento, il suo scopo primario. Se l’Urlo di Munch avesse un suono, se entrassimo in quell’angosciante dipinto, sentiremmo uscire da quella bocca/voragine spalancata quella tromba, dapprima baritonale, bassa da far vibrare le viscere, poi diverrebbe quel clarinetto acuto da spaccare i timpani e far sussultare, che enuncia il suo disperato sconforto... in seguito sentiremmo il resto. Una cacofonia imperterrita ed incessante, martellante, aritmica e più di tutto: VELOCE. Sarebbe tutto intorno, come sottofondo petulante da cui è impossibile liberarsi, che non inghiotte il solista solitario suono invocante pietà, ma nemmeno gli dà fiato. Quel rumore, dato che non si tratta d’altro, incarna il male dell’odierno. Perfetta parodia di traffico: quello tipico delle auto in corsa, con la fretta che sprizza dai fanali, i claxon ad esplicarla più forte; quello del costante chiacchiericcio che da secoli, millenni, non si concede una pausa, il tramestio di sei miliardi di boccacce umane troppo piene di sé per ascoltare, impegnate solo a parlare di sé parlandosi addosso. Il traffico di chi non vuol concedere tempo per i lutti altrui, che pretende con saccente arroganza di far andare avanti una vita in cui s’illude d’aver trovato un perché, anche un misero stralcio di perché.

E quella tromba.

Quella straziante, disperata tromba che da sola tenta di ottenere uno spiraglio di silenzio, quel tanto che basta ad esprimere il suo impotente dolore. Appena appena vi riesce… e tutti applaudono, senza sapere d’esser commossi, perché il jazz è linguaggio universale e parla ad ognuno di noi. Ci invoca, richiede discretamente attenzione per raccontarci una storia, tanti infiniti spezzoni di miseria umanità.

Di quel padre affranto dalla morte del figlio, di quella donna in lacrime per aver perso Lui e non esser mai riuscita a fargli capire quanto lo amava, quanto aveva incondizionatamente bisogno della sua mano nella sua. D’una carezza. E non sa perdonarsi d’averlo lasciato andar via. Senza combattere.

Di luoghi e paesaggi lontani da fiaba delle mille e una notte dove un commesso esaurito sull’orlo di una crisi di nervi vorrebbe scappare, correndo veloce per perdercisi.

La tromba jazz narra, triste e profonda, con voce roca e rammaricata di vecchio che sta per lasciare questo mondo sociale e rimpiange una gioventù che avrebbe voluto portarsi dentro per sempre, ma ahimè, gli anni l’hanno trangugiata, ed ora al suo posto resta un’età adulta ove l’animale della sfinge cammina a testa alta e su due zampe, troppo alto per notare i tesori terreni, troppo in basso per vedere dall’alto la propria miseria. Ed il vecchio ammonisce: non farla fuggir via come una falena intrappolata in una lanterna a olio, poiché è breve e si spegne ben prima di quel lume inutile che fa brillar gli occhi, la Vita. Lei. E alla fine non restano che ipocrite iene a spartirsi l’eredità.

Ma poi il tram tram di un violoncello privo di sale in zucca e d’una batteria disordinata interrompono il monologo dello strumento a fiato, rammentando che nulla ha un senso, che ognuno suona a suo ritmo uno stonato motivetto tutto proprio, disarmonico ed inadattabile a qualunque altro ritmo. Perché ogni ritmo è troppo diverso e unico per potersi davvero fondere con il ritmo d’un altro.

E la tromba perde il senno e diventa clarinetto.

Impazzisce e va senza ritmo, unendosi a un dilagante pandemico disordine: un casotto.

Perché? Perché il jazz esula fuori da ogni schema come se lo facesse apposta a non produrre nulla di orecchiabile, di melodioso? Semplice: perché ciò che è cantabile, ballabile, come un valzer, una samba o persino un brano metal in cui seppur nel caos vi è un ritmo uguale per tutti gli strumenti, non ha niente a che vedere con la Vita.

Perché la Vita è del tutto ARITMICA. E’ puro caos, puro astratto non senso, pura assenza di perché. Non ne aveva ai primordi, non ne avrà quando cesserà di esser Vita, e non vivrà più. Così il jazz vuole porsi in competizione con essa. Del resto, come si suol dire, se non puoi batterli, unisciti a loro. Ed i jazzisti si sono uniti a lui, all’imperante caos vitale, tentando di batterlo alla gara “chi fa più insensato casino”. E ci riescono bene a contenersi la vittoria. Per cui quando si ascolta jazz non si ascolta per apprezzarne la sonorità, le note, la tecnica, bensì l’espressione del nucleo della vita, per carpirne il sussurrato messaggio: il Non senso. Questa è la filosofia del jazz, questo è ciò che ci motiva a star seduti per un bel pezzo senza poter battere le mani al tempo di qualcosa privo di tempo.

 

E in tutto questo Lui disse: “Tanto restano solo cinque giorni”…

C'ERA UNA VOLTA... SAN VALENTINO

 
In principio celebrazione della fertilità, in seguito commercialmente tramutata nella festa per eccellenza di piccioncini e “morosi”, di buoni sentimentalismi e sviolinature di questo stampo, San Valentino è ancora attuale oggi, a terzo millennio inoltrato? Parrebbe di sì.

Svolgendo un sondaggio tra la generazione di teenagers del 2009, non solo si scopre che la stragrande maggioranza vive relazioni stabili e durature, ma addirittura che ci tengono a festeggiare il 14 febbraio! A quanto pare questa stucchevole festività ha incredibilmente resistito agli urti di una prorompente modernità che svaluta dolcezza, amore e fedeltà, sostituendoli con giga byte e regali tecnologici dalle cifre esorbitanti. Eppure questa nuova epoca, questa catarsi di radicali cambiamenti e apparenti progressi, sembra non scalfire i palpitanti cuori di innumerevoli giovani. E come rendono omaggio all’occasione? La moda del momento è mandare fiori a scuola alla propria fidanzatina, la quale, “sorpresa”, li accoglierà a braccia aperte tra i sospiri beati e un tantinello invidiosi delle compagnette che, invece, attendono il giorno successivo per darsi alla pazza gioia, l’altrettanto intramontabile San Faustino, nella fervente speranza di guadagnarsi anche loro, l’anno successivo, il tanto agognato pegno d’amore.

Il nostro caro istituto Secusio ha visto gli albori di una miriade di unioni novelle, i loro inizi, gli sviluppi, i risvolti, spesso i lacrimosi tramonti, ma a volte, anche il proseguo fuori dalle sue mura di appassionate love story degne de “Il tempo delle mele”. Chiedete ai vostri genitori, di certo non stenteranno a ricordare con languore i batticuori per il compagno dell’ultimo banco, la biondona irraggiungibile, il “macho” ribelle e tutti i vari cliché presenti in ogni istituto superiore, da che mondo è mondo, incluso il nostro. Alcuni di loro ricorderanno ancora con nostalgia i primi flirt tra i banchi, la ricreazione, le gite e perché no, i giorni di sole in cui si marinava volentieri un’interrogazione scomoda; tutte buone occasioni per “attraccare”. Altri, è capitato, hanno messo su famiglia trasformando il tenero amore puerile in un giochetto decisamente impegnativo, consolidandosi (e impelagandosi) proprio nell’età in cui tutto è critico e tutto è vissuto in modo tremendamente esasperato. Quale momento migliore, in fondo, per credere all’amore, se non l’adolescenza, nel pieno tumulto di ormoni in tempesta? Di simili idilli il nostro liceo è stato vivido palcoscenico nel corso degli anni. Ebbene sì, alcuni li ho visti sbocciare sotto i miei stessi occhi. Coppie finite per andare alla cattedra mano nella mano, interrogati insieme, vicini vicini, candidi agnellini pronti al martirio quasi, ma comunque felici di condividere quell’angoscia e quel tormento. Insieme si sono sostenuti quando incombeva la maturità, e vi dirò, conosco alcuni di loro che ancora oggi continuano il cammino universitario uniti come prima e più di prima. Frequenti i tormentati amori a distanza, tra chi, più grande, esce prima e va a studiare fuori e chi attende il diploma come manna caduta dal cielo per ricongiungersi all’amato. Coppie storiche inseparabili come cocoriti, chiusi in una gabbia dorata, spesso colti a battibeccarsi eppure ancora lì dal ginnasio (pensate che barba!), l’uno accanto all’altra sin anche di fronte alla commissione mista degli esami, come a dire “barcollo ma non crollo”. Coppie comiche, dai ruoli ben definiti: l’immancabile reginetta da “ballo delle debuttanti” che comanda a bacchetta un succube, docile e scodinzolante cavalier servente con gli occhi da labrador bastonato, il quale tenta invano di apparire sovrano in un teatrino di cui non è che un buffo burattino. Coppie precoci, ragazze madri, ne abbiamo avute diverse, che hanno colto “la prima mela” portandone il seme in grembo e coltivandolo tra un compito in classe e un mars in corridoio. Coppie immaginarie, professori che hanno fatto girare la testa a intere generazioni di sognatrici pulzelle, concentrate più su un giubbotto di cammello da distinto uomo maturo che su Platone, più interessate al fascino e a una voce suadente che alla trigonometria, nemica giurata del liceo classico per antonomasia. Insomma, ne abbiamo viste davvero di tutti i tipi, in tutte le salse, collezioniamo una miriade di stereotipi in lunghe pile di aneddoti amorosi più o meno celebri.

Alle soglie della fatidica data, San Valentino sembra essere il protettore di tutte queste unioni, longeve o estemporanee che siano, passate e presenti, nate sotto il suono della stessa campanella, magari proprio nella medesima aula, chissà. Che questa festività sia ormai scaduta nel dozzinale consumismo in cui sguazzano fiorai, pasticceri, ristoratori e chi più ne ha più ne metta, poco importa, se a guidarvi è comunque “L’Ammmore” e non la smania di dimostrare chi possiede la macchina più costosa per portare a spasso l’ultima preda del momento.

Ma suvvia, in un istante di puro realismo, possiamo anche ammetterlo... Ci interessa davvero immortalare i sentimenti in un biglietto dalla dubbia sorte, in un cioccolatino il cui sapore (succulento, nulla da ridire contro il cacao) svanisce in un frangente, in una banale giornata pari a tutte le altre? Ci accontentiamo di riversare il nostro fiume d’impeto in un banale sms sgrammaticato? Spero proprio di no! E se sì, se davvero si vuole attribuire alla “festa degli innamorati” tutto questo rilievo, si cade inevitabilmente nell’ipocrisia, relegando a solo misere ventiquattro ore ciò che in media richiede ben più tempo per essere manifestato, dilapidando, per giunta, preziosa pecunia in bazzecole. Smettere? Nemmeno per sogno! Si bloccherebbe bruscamente la giostra del business, che se ieri si contentava di fiori e cioccolata, oggi richiede regali sempre più pretenziosi. Se vostra madre da giovane si sdilinquiva nell’annusare un mazzo di rose rosse, oggi la vostra bella non si smuove di una virgola se non sente sotto il naso l’odore di un costoso profumo Armani, di un palmare, di un’etichetta griffata o del dorato metallo. Le aspettative sono salite alle stelle, di pari passo con la crisi che affligge il portafoglio dei grandi e, conseguentemente, dei figli. E mentre il petto degli aitanti giovanotti si gonfia d’orgoglio nello spacchettare un Breil amorosamente offerto in dono dalla fidanzata, il portafoglio di mamma e papà si sgonfia considerevolmente in armonica proporzione. Così ciò che in principio era nato come sincera dichiarazione dell’amor cortese più nobile, della commozione del primo amore, diventa tristemente vessillo di quella mentis “moderna” incontentabile e calcolatrice, l’apice di efferati buonismi e caramellose speranze in un prospero avvenire rose e fiori, mera chimera cui facilmente aspira chi è abituato ad avere tutto e subito, come, mi rincresce dirlo, è questa nostra generazione di “pupilli”. L’antico “C’era una volta...”, ormai obsoleto, trova il suo lieto fine in un “e vissero per un po’ felici e contenti, coi frutti del loro forsennato shopping, rimpinzandosi di baci perugina”.

 

                                                                          

 

                                                                             

 

 

 

Germogli in dicembre

 

Lentamente si scioglie il mio amore per lui.

Come cartapesta stuzzicata da una candela,

Si sfaldano le catene della mia schiavitù.

 

Con calma serafica il mio cuore pompa fuori da sé

Il suo insanguinato contaminato ricordo

Sputando il marcio che sterile l’aveva reso.

 

Lentamente gli occhi opachi tornano a me

Riprende il giusto Zefiro, la mia vela,

e abbandona alfine  l’oblio che fu.

 

Con naturalezza recupero il contatto con me

E nel mio sterminato ego sordo

Più non trovo il suo flebile richiamo offeso.

 

Lentamente il tempo ha corroso

Il cancro parassita della mia bile

Consumatore dell’animo corrotto e vile.

 

Soavemente  scorre  speranzosa

La vita che lui aveva celato nel rancore,

nell’odio che annullava, ma che ora muore.

 

Lentamente, e crederlo ancor non oso,

scorre via l’illusa indole  fragile

che ha sprecato fiele e lacrima facile.

 

La sua carne calda e odorosa

Non mi causa più tormento e languore

Ma cede il posto al distacco, quel furore.

 

Lentamente, nel silenzio spezzato

Ricostruisco cocci intorpidita.

Rinnego notti in bianco,

 

Ceneri di morte sparse

Nel sentore di putrefazione del dentro,

nel limbo che mi teneva rinchiusa.

 

Lentamente rinuncio al dottore e al malato

All’amaro miele cibatomi da fredde dita

Al desiderio logoro e stanco.

 

Non rimpiango le sue tristi farse

Non mi manca e più non mi sento

Sua truce arida cruenta musa.

 

 

Lentamente  sotterro germogli d’orchidee selvatiche

C0sicchè spuntino inaspettate in dicembre

Tripudio ribelle colmo di stupore

 

Invincibile bisogno d’essere

Di soggiogare una natura maligna

Che prima dona e poi si ripiglia.

 

Lentamente le vedremo trionfare semantiche

Da una coltre bianca, fitta sempre,

Vessillo d’oscuro candore,

 

il nostro, spazzino di vecchia cenere,

un buio che tramuta in nuova meraviglia

il trascorso che minaccioso si staglia.

 

Lentamente cresce una verità agognata

Liberatrice da maschere e giocolieri inutili

Che se ne infischia d’una verità sporcata

 

Che ignora chi cieco e sordo si finge

Tentandomi con desueti enigmi da sfinge

Con bugie da parco ciarliere.

 

Lentamente quella consunta fiamma sciupata

La getto con rimembranze che furono futili

In un monito  dall’estremità insanata.

 

E mentre una luna velata mi tinge

Con la sua luce che più non finge

Dicono addio le labbra al mascheriere

 

Fuoco fatuo oramai  tenue, greve,

scolorito palpito di fremente tensione,

intruglio di fango e fatiscente malanno.

 

Sbocceranno in dicembre

Orchidee tinte di nere tempre.

Le coglieremo immantinente.

 Image Hosted by ImageShack.us

 

CHIMERA'

 
Il deserto è arido e asciutto ed io sono nata su ginocchia sbucciate e tumefatte. L'esecuzione è vicina, attende il crepuscolo. E giustizia sarà fatta per chi ha osato ribellarsi alla propria condizione di nascita.
 
Lo senti ogni volta che cali l'ascia.
Avverti il mutamento nelle mie molecole, nel mio respiro; un disequilibrio insanabile che mi assottiglia le membra.
La mia carne è friabile e prima o poi cederà realizzando la sua massima aspirazione:
consentire a Gea di liberarsi dai parassiti che hanno infestato le sue sponde, infangato le brulle chiome, gettato sperma infertile, muco e feci su ciò che era nato per rimanere incontaminato.
Ma le scorie di un virus che da troppo tempo ormai soffoca Natura non danno segno di arrendevolezza.
La loro missione che manca di senso logico in ogni immotivata nascita mi tormenta.
Febbricitante mi dirigo progressivamente verso il conscio. 
Sbrano e sbriciolo ogni dogma che mi si stagli innanzi.
 
Lo realizzo mentre tu, umano, fiato di peste, malanno ebano tinto di chiaro sporco, cali l'ascia sul mio capo alzato: realizzo che tu non dovresti esserci...
 
Tu non ci sei
 
Non sei che finzione, agglomerato di maschere e ruoli di gioco. Non sei che putrido niente che marcisce sotto il suo stesso giogo. Scenario di legno dipinto in malo modo.
 
La lama scende inesorabilmente lenta, non sa di essere solo aria e vento ancestrale, il tutto privo di atomi e drammaticamente, comicamente, grottescamente immaginato.
 
Le nubi che t'oscurano son più solide di te, umano. La tua mano che mi minaccia è inodore insapore e incolore. Irrealmente nulla.
Cieca, sorda, muta. Non esiste. Tu non esisti. Mitologica invenzione. L'errore che è la tua esistenza viene rimosso da giganti immanenti e strainspiegabili. Le catarratte trascinano per sempre nei parchi abissi lo scempio che sei, tu e le tue azioni prive di ragion d'essere.
 
La lama dell'ascia sfiora i miei capelli. Sembra tagliente ma non recide alcunchè.
 
La lama è fittizia. Effimero niente in uno spazio sconfinato di sbagli che furono, che mai più saranno. Gli sbagli squittiscono indispettiti.
 
Scompari dalla mia vista, dai miei sensi, dalla dimensione post reale, mietitore umano ingarbugliato nel non senso.
 
Crolla la tua insensata civiltà eterea, apice di fabule senza lieto fine, senza morale.
Crolla ciò che mai avrebbe dovuto essere concepito.
La macchia è stata ripulita. Cancellata. Non c'è mai stata. Il fango è acqua depurata. Il male che è la tua specie viene richiamato dall'oblio tipico di ciò che non c'è, che non sarebbe mai dovuto essere. La ferita è rimarginata. Somatica, non esiste nè esisteva.
 
L'ascia ti cade dalle mani schiantandosi nell'arida terra gialla di steppe.
Umano mietitore, ti sciogli in urla e lamenti, strazi pesanti, mentre nel tuo sangue ti dissolvi e con te si dissolve tutto ciò che ti apparteneva.
 
Svanisco anch'io, estatica splendente effige, tua serpe mordace in seno. Assassina del nostro sangue di schegge e veleno.
 
 
 
La sfera continua a girare, perpetua. Per ora.
Non te l'aspettavi, umano mietitore, ma la vita ti abbandona e tuttavia continua il suo corso.
 
panta rei
 

CAPOLINEA

 

"Continua a scappare e a farti scopare. Passeranno anni quando ti renderai conto di valere solo questo e di essere talmente vuota di cuore da implodere... è stato un piacere."

Un vero signore, non c'è che dire :°D

Amare uno che crede io sia vuota perchè libera sessualmente... il classico fintomoderno altomedievale che vorrebbe l'angelo del focolare accanto, dolci parole e fichetta asciutta, da bagnare con lo sputo. Come ho potuto scivolare così in basso? ^^

Oh, ma forse non vedo la cosa dalla prospettiva "giusta"...  

Lui, povera vittima derelitta che è stata contagiata dal male (°° uh por'anima) ma che non c'entrava mai nulla, ha sempre e solo subito, povero innocente e candido fanciullo insozzato dalla crudeltà delle persone cattive davvero (come me) mentre lui è tanto buono... *___*

No, dico... ma a chi vorresti darla a bere, San Francesco? ^^

"continua a scappare e farti scopare"

hai dato il meglio di te. Vuoi fare il ragazzo moderno, poi mi scadi nel provincialismo altomedievale, tipicamente italiano. Ma dopotuto ha ragione: IRENE è morta. E' morta quando si è rotta i coglioni di farsi illudere da un pinco pallino qualunque senza niente di speciale a parte una forma di schizofrenia squallida tra le tante che ci sono in giro. Perchè ora si che l'ho finalmente realizzato: LUI NON E'SPECIALE =D Lo era solo ai miei occhi, ero io ad avergli attribuito virtù e meriti che in realtà nella sua mediocrità cronica non ha mai posseduto.

Irene è morta quando ha urlato BASTA una volta per tutte. Basta al male, sola cosa che ha ricevuto da lui, basta agli uomini che vogliono approfittarsi di lei, farle dei lavaggi del cervello, rovinarle la vita con la loro pazzia ed i retaggi, come lui e mio padre. Basta a morirsene lentamente in agonia per mano loro. BASTA e basta.

E' morta.

Lunaspina è nata dalle sue ceneri. Lunaspina ha reagito. Ha avuto i coglioni di tagliare i ponti con maschere e falsità che per troppo tempo l'hanno insozzata più di quanto non lo sia già. Non credo proprio che lui sia capace di immaginare come sono realmente... Ho trovato con chi posso raccontarmi e aprirmi davvero sensa ansie e senza restrinzioni, quacuno con cui anzi, posso sentirmi me stessa molto di più di quanto lui e la mia fottuta paura continua di perderlo e di non essere accettata mi abbiano mai consentito di fare. Del resto, che in lui le cosa non vadano lo sapevo ormai, quindi perchè ancora perdere tempo dietro a cose che non potrebbero cambiare mai ma tornerebbero ad essere parte di un circolo vizioso fatto di chat e scopate occasionali con un uomo che nei momenti in cui ha dovuto scegliere non ha scelto me? Che si diverta pure dietro ai tuoi contatti falsi e ai suoi tormenti sterili fatti di sfoghi indotti solo a provocarmi per ricominciare il circolo... continuando ad usare una vile scusa vecchia quanto il mondo come quella del suo trauma del tradimento, quando curiosamente nessuna delle sue vittime l'ha mai reso cervo a primavera, mentre lui ha tradito senza esitazione la tua preziosa povera bimba Tizi alla prima buona occasione per rivedermi, mentre lui ha lasciato Vanessa per me e me per farti una storia con un'altra, perchè era stufo di me ma da mezz'uomo qual'è non ha avuto le palle per dirmelo.

Spiacente. La preda che credeva d'aver irretito col tuo veleno, incastrandola nella sua sudicia ragnatela biancastra di sperma... si è svegliata.

Ha rotto il bozzo.

Si è salvata.

Ultimo commento. Non tornerò sui miei passi e non indugerò più sul suo ricordo.

Addio al più abile artigiano di maschere che il mondo abbia mai conosciuto.

Prestigiatore cui il trucco è fallito stavolta. 

 

 

 

"Allontanatevi anime incerte, quello che cerco l'ho trovato ed ora è una cosa tutta per me e solo per me. Avevo bisogno di una luce che aprisse il nero come la lama di un coltello ma non volevo qualcosa di troppo splendente... no... volevo comunque mantenere il mio angolo buio da dividere con lui."

Ne me quitte pas

 
 

Ne me quitte pas
Il faut oublier
Tout peut s'oublier
Qui s'enfuit déjà
Oublier le temps
Des malentendus
Et le temps perdu
A savoir comment
Oublier ces heures
Qui tuaient parfois
A coups de pourquoi
Le coeur du bonheur
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Moi je t'offrirai
Des perles de pluie
Venues de pays
Où il ne pleut pas
Je creuserai la terre
Jusqu'après ma mort
Pour couvrir ton corps
D'or et de lumière
Je ferai un domaine
Où l'amour sera roi
Où l'amour sera loi
Où tu seras reine
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Ne me quitte pas.
Je t'inventerai
Des mots insensés
Que tu comprendras
Je te parlerai
De ces amants-là
Qui ont vue deux fois
Leurs coeurs s'embraser
Je te raconterai
L'histoire de ce roi
Mort de n'avoir pas
Pu te rencontrer
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
On a vu souvent
Rejaillir le feu
De l'ancien volcan
Qu'on croyait trop vieux
Il est paraît-il
Des terres brûlées
Donnant plus de blé
Qu'un meilleur avril
Et quand vient le soir
Pour qu'un ciel flamboie
Le rouge et le noir
Ne s'épousent-ils pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Je ne vais plus pleurer
Je ne vais plus parler
Je me cacherai là
A te regarder
Danser et sourire
Et à t'écouter
Chanter et puis rire
Laisse-moi devenir
L'ombre de ton ombre
L'ombre de ta main
L'ombre de ton chien
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Non andare via
quel che stato è stato
e non conta più.
Va dimenticato.
Dimenticherai tutti i malintesi
ed i giorni spesi a spiegar perchè.
Dimenticherai queste lunghe ore
che hanno ucciso amore e felicità.
Non andare via.
Non andare via.
Non andare via...
Io raccoglierò diamanti di pioggia
là dove la pioggia non cade mai.
Ruberò la terra, ogni suo gioiello
per vedermi bella lì negli occhi tuoi.
E farò di più!
Fonderò un paese dove amare è legge,
dove sarai re.
Non andare via... non andare via...
non andare via.
Non andare via
perchè inventerò parole senza senso
che tu capirai.
E ti parlerò di due amanti che
son bruciati insieme per due volte già.
Ti racconterò la storia di un re
che morì perchè non trovò più lei.
Non andare via... non andare via.
Quante volte al mondo è tornato il fuoco
nel vulcano spento che credevan morto.
E non sembra vero, ma un campo bruciato
puo' dare più grano del più dolce aprile.
Ed in quelle sere che s'incendia il cielo
tra il rosso e il nero confine non c'è.
Non andare via.
Non andare via.
Non andare via...
Non andare via.
Io non piango più.
Io non parlo più.
Mi nascondo là
e ti guarderò ballare e giocare
e ti ascolterò cantare e giocare.
Lascia che io sia come la tua ombra.
L'ombra della tua mano.
L'ombra del tuo cane.
Non andare via...
non andare via!
Non andar via.
E non andare via...
 

Da Lui, per me

 
L'immobile silenzio del tuo sonno
Dischiude un lieve sorriso
Nascosto da sogni indicibili.
Il tremulo movimento
Del tuo corpo opalino,
L'innocenza del tuo candore,
La frenesia del tuo nero corvino,
Il tuo corpo fetale
Chiuso in una preghiera,
Il tuo seno madido e caldo,
I tuoi capelli frusti e cattivi,
La tua farfalla impressa
Come stigma del tuo folle movimento,
Come stemma della tua leggerezza,
Una farfalla che sfida i venti
E trema in solitudine
Nel roveto spinoso del viaggio inconoscibile.
 
Il tuo nero arrogante
Sfida la morte incombente
Nella tua voluttà smaniante,
nella tua farfalla cangiante.
 
Io ti vedo in un sonno di bambina,
Nell'incedere del tuo lieve respiro
Che è come il mio,
è più leggero del mio.
 
Stamani la Morte è più lontana dal nostro abbraccio
 
F. B.
28-06-08

Nel limbo dei miei sogni

 

 

Era notte tarda. Notte senza luna e con pochissime stelle. Una calura soffocante. Camminavo a zig zag sul solito marciapiede del solito quartiere, con la solita luce giallastra dei lampioni ancora funzionanti ad illuminare lo squallore di quella viuzza “per bene” con giardini più o meno curati (specie in quella parte di quartiere) e belle villettine. Sentivo solo il mio passo. Tum tum tum tum. Nel silenzio della notte non c’era altro che il mio passo ed il canto insistente e snervante dei grilli. Davanti a me, oltre la stradina piena di villette, la bambinopoli scassata con lampioni giallicci e alberi pendenti come vecchi moribondi, ecco il buio della campagna dell’entroterra siculo. Buio di colline e campi coltivati. Buio. Mi chiedo come sarebbe addentrarmici, seguire la strada che porta ai campi di spighe e magari perdermici dentro. Sarebbe simile ad un film horror di King? No. Non c’è nulla di anche solo vagamente horror in questo placido, monotono scenario. Eppure, pur nella totale mancanza di spettri, lupi mannari, demoni e quant’altro, questo paesaggio campestre mi terrorizza più di qualunque altra cosa. E se finissi qui i miei giorni? E se non li finissi affatto? Se morissi così, d’improvviso e rimanessi incastrata in un limbo che è esattamente questo quartiere, col comune bianco sporco, le erbacce miste alle aiuole, coi marciapiedi spaccati. Con l’odore estivo marcio di morte e di vecchio. Trascinando le braccia inerti, diritte come rami tronchi, ho immaginato la strada in bianco e grigio, le case diroccate, l’intonaco che cade a pezzi, i cespugli fioriti dei roghi che si diramano come un intrico alla Bella addormentata nel bosco. Ho immaginato di essere condannata a girovagare senza tempo e senza mèta per queste rovine, in cerca di un’assoluzione. Per strada, prevedibilmente, nessuno. Solo io e la mia eterna condanna d’essere confinata nella mia personalissima gabbia fatta su misura. Avrei mai trovato la via d’uscita da un labirinto che mio malgrado conosco come le mie tasche? Qualcuno sarebbe mai venuto a salvarmi? Qualcuno avrebbe mai trovato la chiave che ho inghiottito? Lercia e madida di sudore trascorrerò i millenni in quella prigione per la mia mente e la proiezione mentale del mio corpo. Avrò almeno coscienza del mio stato, o perderò le mie facoltà mentali? Tutto sopporterei, ma mai perdere i miei ricordi. Ma cos’è peggio? Percorrere quelle strade fino alla fine dei miei giorni ignara di ciò che ho vissuto prima, nella beatitudine dell’oblio dato dalla dimenticanza da estraniamento, o percorrerle nel tormento dei ricordi di una vita fallita, nei ricordi di tempi felici e di campi elisi conosciuti che mai più torneranno? Avere la consapevolezza di aver, in un modo o nell’altro, gettato tutto alle ortiche e rendermene conto quando è ormai troppo tardi per rimediare? E non me ne farei una ragione, lo so. Mai. In tutti i meandri dell’immortale dannazione non me ne farei una ragione. Perché il tempo non guarisce tutte le ferite, specialmente quando non conosce fine.

Varcando la soglia di casa mi soffermo a guardarmi nello specchio posto all’ingresso della scala di granito. Scruto il mio volto. I capelli raccolti in alto vagamente ricci. I lineamenti solcati e seriosi di chi ha appena scoperto un’indicibile verità profana e mortale. Una follia in pillole di illogica consapevolezza. Immagino le rughe più profonde. Quelle sopra le sopracciglia, quelle attorno agli angoli della bocca. Mi chiedo se non ridendo mai ne avrò anche attorno agli occhi. La pelle ingrigita, una spolverata di neve sporca sui capelli e sulle sopracciglia. Bocca raggrinzita, secca, sottile. Sono vecchia. Sarò una vecchia grassa o un fuscello etereo? Le mani hanno macchie e causano ribrezzo a vedersi. Sono vecchia. E sono relegata nel mio limbo fuori dai confini del mondo, lontana ormai per sempre da concetti dati così per scontati un tempo, quand’ero giovane, come amore, compagnia umana, comprensione. Simbiosi.

Ora sono una ragazzina viziata col nero fin sotto le palpebre, giù, sino al mento. Piango. Faccio i capricci perché non sono capace di accettare la semplice bellezza di una sorpresa che rifugge il mio morboso controllo delirante. Ferisco chi mi ama e non lo merita coi miei sfizi da bamboccia sciupata e mai fiorita.

Ora sono creatura magica nata dalle risate d’una cagnolina, o da un arcobaleno, o da una mite speranza priva di radici forti. Ho poteri con cui posso ferire e lo faccio pur di fuggire in una città caotica piena di palazzi bianchi e videoteche che mi butta in mezzo alla strada, coi clacson che suonano e le ruote che agognano di mettermi sotto. Sono magica, ma non so volare e mi faccio una pozione magica con l’assenzio, in una bottiglia di vetro intarsiata di preziosi ricami incisi come fosse ghiaccio.

Ora sono una bambina dagli arruffati e gonfi ricci di nome Irene che piange a dirotto di un pianto amaro ed inconsolabile. Sono solo un sogno, proiettato all’interno di un sogno. Scandalizzo borghesi sempliciotti attorno a tavoli da pic nik. Una signorina grande, vestita stramba e col trucco pesante tutto nero e darkeggiante si vergogna di me e tenta di scacciarmi via dal suo sogno. Ma io, impertinente, non glielo consento. Continuo a piangere e nulla di quello che questa mera signorina mi dice è in grado di calmarmi. Lei non sa cosa voglio anche se ha passato quel che ho passato io, però riesce a svegliarsi, dentro al suo sogno, ed io scompaio nell’etere… e così lei si libera del senso di colpa latente di una bambina affetta da un morbo incurabile che nessuno conosce.

Ora sono tossica in una stanza dalle luci mortuarie giallastre e malaticce. Due tizi stanno inerti su scomodi sgabelli. Chissà se dormono, sono in overdose o son già cadaveri. Strani totem aztechi, maya, etnici che mi guardano con boccacce grottesche deridendomi. Salto su impalcature di fortuna per accendere i ceroni bianchi che stanno su ogni parete. Voglio luce bianca. Quella gialla è avvisaglia di putrefazione.

Ora sono sola in un immensa reggia principesca. Ha tanti scaloni in pietra e marmo bianchi ed enormi, immensi ascensori ampi quanto tutto un salone da ballo. C’è un terremoto. Sconquassa tutto. La folla si getta urlante verso gli ingressi. Tutti sono presi dal panico, ma dentro l’ascensore stanno stipate tre puttane, un prete e tanta altra gente e le puttane non vogliono mischiarsi con la plebe nella corsa per la vita. Sono puttane d’alta classe, cortigiane reali. Per loro vivere è scontato, non mettono in dubbio che così debba essere e che siano troppo belle perché la vita fluisca via dalle loro candide braccia immacolate e la morte sciupi le loro guance rosee di cipria, i loro seni prosperi. Anch’io sono in quell’ascensore e vorrei semplicemente scappare. E’ ovvio che quell’ascensore non possa funzionare. Siamo nel bel mezzo di un terremoto che apre ampi scorci nel pavimento, scorci che sprofondano nel nulla al centro della terra. Persino le tre prostitute alla fine, vedendo cadere ed infrangersi i preziosi lampadari di diamante e cristallo fino, si decidono a darsi ad una indegna fuga scalmanata verso le scale. E diventa una lotta per la sopravvivenza. Sono tutti in gruppo. Tutti hanno qualcuno. Ma io lotto da sola, nessuno mi fa compagnia. Nessuno mi incita a correre più forte verso l’uscita, via da quel palazzo che crolla. Nessuno mi tiene per mano e mi trascina verso la salvezza, ma ci arrivo comunque. Esco e trovo i superstiti della catastrofe. Esco, e sono ancora sola.

Ma sono viva.

Ora sono di nuovo vecchia. E così finirò.

MIA

 
Fanciulla snella e bruna, il sole che crea la frutta
quello che incurva le alghe e fa granire i grani,
creò il tuo corpo gaio, i tuoi occhi di luce
e la tua bocca che sorride col sorriso dell'acqua.

Un sole nero e ansioso ti avvolge a ogni filo
dei tuoi capelli neri, quando stiri le braccia.
Tu giochi con il sole con un ruscello
e due oscuri ristagni lui ti lascia negli occhi.

Fanciulla snella a bruna, niente a te mi avvicina.
Tutto da te mi scosta come dal mezzogiorno.
Tu sei la gioventù frenetica dell'ape,
l'ubriachezza dell'onda, la forza della spiga.

Eppure, tenebroso, il mio cuore ti cerca:
amo il tuo corpo gaio, la tua voce svelta e lieve.
 

Farfalla bruna, dolce e definitiva,
come il frumento e il sole, il papavero e l'acqua.
 
Pablo Neruda
 

Treno BIS

 
 
Ho preso il treno
lasciando il nostro addio
sulle tue labbra
al posto mio.
Ho spento il cielo
per non vedere più
com'è la vita
senza di te.
La so li tu di ne...
che se ne va
sopra le nuvole...
Un sogno brucia
la stazione nord;
non mi spaventa: ti aspetterò.
Sei lontano questa sera
che mi fa vivere
di noi.
Sei come il vento che vedo andar via...
non sei qui
e così sia.
In questo treno
 
l'inverno sono io
e non mi sciolgo dal nostro addio!
 
La s o l i t u d i n e
che se ne va via con le nuvole.
Sei lontano
questa sera che mi fa ridere di noi!
 
Sei come il vento che vedo andar via...
non sei qui.
 
 
E così sia. 

Io non piaccio alla gente

 
Non ce la faccio.
Non riesco a comporre i pezzi della mia esistenza.
Non c'è unità, armonia, neanche una minima parvenza di logica.
E' questo mondo, questo virale e crudele genere umano ad essere stonato, o sono io?
Non ce la faccio.
Non riesco ad affrontare giorno dopo giorno le beghe dell'essere ME; a sopportare gli sguardi accusatori che mi scrutano frugalmente con un'occhiataccia di malcelata irritazione, fastidio, aperta ostilità.
Io non piaccio alla gente.
Non ho amicizie vere, che mi leghino trascendentalmente a qualcuno. Ne avevo, ho creduto di averne, certo, ma le strade che ho o che hanno percorso me ne hanno privato e adesso non ho che funeree parodie di amicizie, teatralissime messe in scena che simulano il ruolo di "legami importanti". E mi crogiolo nell'utopia di averne stando a parlare con uno schermo, con esseri umani che sento di gran lunga più vicini a me di quanto non lo siano coloro che vedo quotidianamente, che invece non danno nulla, non MI danno nulla, e mi prosciugano pur non chiedendomi alcunché. Del resto cos'ho io da offrire loro? Solo stranezza, pateticità, ritardi ed una snervante lingua che non conoscono né sono interessati a comprendere.
Io non piaccio alla gente.
Le reazioni di questa quand'è costretta a stare a contatto con me sono disparate: c'è chi adotta una fredda indifferenza così ostentata da sfociare nell'affettata antipatia; chi mi trova solamente una ragazzina viziata e presuntuosa e non vede altro in me. Pertanto mi commisera col suo perbenismo da personcina per bene, soddisfatta della placida vita che conduce, non particolarmente degna di nota, magari sprecata, ma che ritiene pienamente realizzata, appagante. C'è chi mi chiude le porte in faccia, pur facendosi araldo d'un ipocrita invito ad entrare. C'è chi mi disprezza perché nella sua mente non c'è spazio per concezioni differenti dalle sue, non c'è posto né tempo per la diversità. Troppo stressante! Chi mi odia e, potendo, voterebbe una petizione per la mia soppressione o quantomeno un esilio vita natural durante su un altro pianeta possibilmente disabitato, per non nuocere ad altri organismi viventi. Ed a questa "categoria" temo appartenga la stragrande maggioranza. Qualcuno storce il naso, volta la testa e volge lo sguardo altrove con nonchalance, così, come si evita accuratamente di calpestare una defecazione canina su un marciapiede. C'è anche chi debolmente prova a standardizzarmi, ad inglobarmi nell'armonia ingannevole di un giardino incantato dalle aiuole pulite ed accuratamente sezionate, ognuna al proprio posto in bella mostra. Se non riesce, preferisce identificarmi come erbaccia nemica, una minaccia per la quiete di quel prato radioso, e tenta di estirparmi piuttosto che vedere in me un fiore diverso dagli altri. Meno bello magari, ma pur sempre fiore. Chi, mente dotta e perspicace, mi archivia come uno tra i tanti casi clinici di disturbo mentale banalizzandomi cinicamente, superficialmente; vedendomi come il più tipico dei topos "adolescente complessata", ponendomi nel luogo comune del
"mancanza della figura paterna = ricerca dell'uomo maturo".
Perché si sa, no? 2+2 farà sempre 4, è una certezza matematica. Tronfi di questo risultato indiscusso si convincono di aver risolto un futile rompicapo dalla conclusione scontata. Si mettono l'animo in pace. Hanno certo capito tutto, loro. A volte qualcuno mi guarda con sufficienza. Quasi ride sotto ai baffi, trovando buffa quella saccente ragazzetta che con supponenza vorrebbe emergere. "Ma chi si crede di essere?!". Per togliersi la scocciatura di torno è anche capace di "concedere un contentino" e tenere per sé le sue considerazioni. Non vuol mica perdere tempo con cose tanto ordinarie. Non ne vale la pena!
Io non piaccio alla gente.
Non ho quel carisma da leader, né suscito quella spontanea benevolenza quasi tenera che induce a dare più confidenza. Affetto. Non sono il tipo di persona che si inserisce bene all'interno di un gruppo. Non mi so adattare, farmi accettare. Me ne rimango alle estremità, un po' per scelta forse, o perché emarginata perlopiù. Faccio parte di una tipologia tutta mia di individuo problematico ed asociale, del tutto disadatto ad integrarsi nel mondo civilizzato. Da sempre vivo la solitudine come una seconda pelle ed una prima natura. Non c'è nulla di vagamente eroico in questo. Non ho scelto io di apparire così antitetica. Non era mia intenzione farmi conoscere dal globo più come una seccatura che altro. Non lo sono per elevati valori morali o per perseguire nobili ideali. Se fosse servito a qualcosa sarei scesa a compromessi molto tempo fa senza tanti complimenti pur d'assaporare ciò che provano gli altri nel sentirsi al proprio posto. Far parte di questo tempo, di questo pianeta. Sentirsi a casa. No, nel mio eremo vi è solo triste costernazione, inquieta e vittimistica viltà.
E che volete farci, io non piaccio alla gente.
Sono la creatura di questa società, pasciuta dagli scarti del loro stesso rifiuto. La gemella cattiva che si relega in cantina, quella venuta male.
Io non piaccio alla gente!
Vivo tra le macerie del loro abbandono.
 
 
 
 
Ehi gente... vi piaccio?

PUNTI FOCALI

 
Io vedo:
punti di partenza e punti d'arrivo.
Mète mai raggiunte ma perennemente prefisse
o già abbandonate.
Filari di punti senza orizzonte.
Masse informi apparentemente prive di ragion d'essere.
Coesistenti fra loro, i punti cozzano
esibendo tutta la loro offuscata lucentezza,
in un tempo ormai remoto
capace di dirigere la mia scarna figura verso nitidi scopi.
Flebili scintille di futuro e passato congiunti a nozze
i punti che han solcato le sconfinate distese di marosi,
che altro non sono nè vogliono essere
se non il protrarsi del mio roco irregolare respiro:
la mia permanenza nella vastità del cosmo.
Si susseguono, gracili ma tenaci,
i punti focali della mia vita.
Come gradini grezzi utili per scalare una roccia scoscesa,
attendono di adempiere al proprio fine.
Ma la materia di cui son fatti è friabile, facile a sgretolarsi,
instabile come la consistenza morale che dovrebbero reggere.
Incerta cauta e tremante d'inquietudine
avanzo sugli spuntoni.
Il perchè io prosegua quest'irto cammino non m'è dato saperlo.
Tutto è permeato da dubbi che si accalcano senza posa.
Assillanti. Martellanti.
I punti rimangono al loro posto.
Impassibili. Asettici.
Venutisi a creare in un'aurea epoca,
al principio delle mie capacità esplicative,
i punti sono tutto ciò che mi resta.
Adesso però, mentre li osservo dissolversi languidamente
dileguandosi in una pozzanghera di niente ceruleo,
mi domando se siano mai esistiti realmente.
 
Frattanto:
le chimere ruggiscono accasciandosi al suolo, sconfitte;
le utopiche ali di pavone
non reggono il peso delle ambizioni e precipitano spiumandosi;
i valori austeri cadendo dal piedistallo tirato a lucido
sozzandosi di scuro fango grumoso.
Realizzo che tutti i miei punti fermi hanno fallito.
Hanno ceduto al logorio e alla decadenza.
Non sono stati sufficientemente forti e m'hanno abbandonata.
Su quale sorta di miraggi avevo riposto ogni speranza!
 
Pertanto:
i miei punti si riducono ormai
ad una indicibile degradante debolezza.
Realizzo che sono io ad averne tradito la fiducia.
Loro, che supplicavano di essere custoditi e perpetuati
bussando alle porte della mia coscienza,
mendicanti incalliti in una gelida notte senza luna.
Fisso le mani ov'erano le mie fondamenta.
Scorgo solo pallidi segni che ne solcano la carne.
Patrimonio genetico inconsistente.
 
 
Sono un tetto diroccato, sospeso, non ricopro più alcun abitacolo.
Crollo in rovina.
Sono un vile volatile in volo. Non ho un sol ramo, un nido su cui posarmi.
Sono ape senza polline, farfalla privata di fragranti boccioli.
Le mie ali avvizziscono.
Biscia senza tana io. Lacrima senza volto da cui nascere.
 
 
Unico punto focale, nascosto in un angolo imperlustrato, resiste.
Etereo e prossimo a svanire, ma c'è ancora.
Sporco e crudo, ebano e perverso, ma dall'appena percettibile nucleo latteo:
 
l'IO. 
 

Dimenticanza da estraneamento

 
Stanche pulsazioni
mandano avanti
quest'asettico apparato cellulare.
I neuroni si sgretolano
in un inopportuno tacere.
Il grillo,
esausto di trillare
i suoi vani moniti volati nell'etere,
esce.
Vuol sgranchirsi le gambe.
 
Estraneamento.
Estraneamento.
E-STRA-NEA-MEN-TO!
 
Dimentica di me stessa,
della massa ronzante e incongrua
che fuoriluogo persiste
nel voler esistere;
insidiosa e petulante
nell'intestardirsi a respirare senza sosta.
 
Dimentica d'ogni cosa,
dal solito tutto al tipico nulla,
ambedue apparenti, sottocutanei,
a malapena percepibili
in questo niente sentire.
 
Dimentica, mi dimentico di tutto,
fuorchè del dimenticare.
 
Il grillo,
sgranchite le tozze gambe salterine,
arzillo abbandona il mio guscio,
la mia fuorviante indole asettica.
Sgambettando scompare
in un mite frullo d'ali
lasciandomi sola
e priva d'identità.
 
 

Ore ed ore, di Valeria Vaglio (Sanremo Giovani 2008)

 
 
 
Non metterò mai più il maglione rosa e blu che tutte le mattine indossavo a colazione preparando il tuo caffè.
E non sarò più io a dirti "amore mio, come sei bello la mattina appena sveglio... E' già tardissimo!".
Le interferenze fan rumore e non si puo' cambiar canale o spegnere il televisore durante ogni temporale...
ma come ho fatto a non capire...?!
E far l'amore ore ed ore e già iniziava a nevicare e il nostro letto all'improvviso si trasformò in altare...
L'eternità nascose un po' di sè tra le lensuola... il tuo profumo addosso, neanche una parola...
 
Non te lo dirò mai... ma ti amo ancora, sai.
Lascerò la porta aperta fosse anche per vent'anni o per un'eternità!
Tradire è una follia. Io non ne avevo idea.
Ma le scuse son parole che offendono l'amore e non possono spiegare...
E intanto il vento fa rumore tra i fori delle mie catene.
Dio, fa che ritorni il sole, che senza lui non so più stare e
non mi basta ricordare!
 
 
E far l'amore ore ed ore e già iniziava a nevicare e il nostro letto all'improvviso si trasformò in altare...
L'eternità nascose un po' di se' tra le lensuola... il tuo profumo addosso. Neanche una parola!
Neanche una parola...
 

Un anno fa: 24 febbraio

 
Vola il tempo, lo sai che volerà...
forse non ce ne accorgiam,
ma più ancora del tempo che non ha età
siamo noi che ce ne andiamo.
E per questo ti dico amore amor
che io t'attenderò ogni sera,
ma tu vieni, non aspettare ancor!
Vieni adesso finchè è primavera.
 
 
 
HO ASPETTATO A LUNGO QUALCOSA CHE NON C'E'...
 
 
 
 Quando continuerà
il tempo dove tu manchi,
senza la nostalgia
di strofinare i tuoi fianchi;
quando ti fermerò
tra i due miracoli
di averti amato e perduto,
e li ti schiaccierò
e li sarai finito...

Quando di questo amore
saranno sparse le foglie
e morirà l'orgoglio
nel mio inventario di stelle;
quando ti avrò battuto,
cacciato sulla luna,
dimenticato per sempre
e avrò cantato al giorno
che tu non sei più niente...

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,
verrà la notte con i tuoi occhi.


Io viaggerò l'inverno,
io giocherò col mio cane;
mi vestirò di nuovo
sentirò sete e avrò fame.
Quando aprirò la stanza
dov'ero chiusa a chiave
fra le tue immagini spente
e sarò io quel giorno
che non sarai più niente...

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,
verrà la notte con i tuoi occhi.

 
(De Andrè, Elisa, Roberto Vecchioni)

LE NUOVE AMAZZONI: MAMME FAI DA TE

 

Il ruolo degli uomini minacciato dallo sperma femminile in provetta

 

Una nota rivista scientifica inglese ha portato in superficie la scoperta della possibilità per le donne di autofecondarsi tramutando il proprio midollo in sperma; da più fronti, ampie critiche.

 

Femministe alla riscossa! Arriva dritta dritta dall’innovativa Inghilterra l’ultimo ritrovato scientifico al lieve retrogusto di misandria in fatto di fecondazione. Sperma in bustina e uteri formato forno in affitto superati; addio al tradizionale “vecchio metodo”. Sano sesso ormai fuori moda, surclassato da una sperimentazione degna d’un film di fantascienza alla Spielberg, effettuata solo su roditori... almeno per ora. L’hanno definita una clonazione un po’ più naturale, con annessi e connessi di una normale gravidanza. Cosa cambia? Il bebé del monogenitore rischierebbe gravi patologie e precarie condizioni di salute, com’è accaduto ai topi che hanno funto da cavie. Tuttavia pare uno scotto che gli studiosi sono disposti a pagare pur di perfezionare quello che potrebbe essere il più grande progresso che la scienza abbia compiuto negli ultimi secoli, nonché la rovina del genere maschile, non più indispensabile ad apportare il proprio contributo alla procreazione. Di certo non basterebbe a determinare l’estinzione degli uomini dalla specie umana, molte donne potrebbero mostrarsi quantomeno ostili, ma sarebbe sufficiente a ridurre notevolmente le loro funzioni. Diciamo che diverrebbero “diversamente utili”... Uomini tremate, dunque! State sull’attenti, o le vostre compagne, qualora fossero scontente di voi (o del vostro operato), potrebbero minacciarvi di mettere al mondo un figlio per proprio conto, rinfacciandovi di non avere più bisogno di voi per farlo.

Certo, ammesso che le “mamme fai da te” non desiderino appendere un fiocco azzurro alla propria porta, visto che lo sperma prodotto da donne consente di concepire solo femmine (cromosoma X). Per di più, possedendo il DNA di un solo individuo, nascerebbe una bambina fisicamente tale e quale alla madre. Sembrerebbe un modo efficace per lasciare un’impronta di sé in questo mondo; un po’ come ottenere l’immortalità. Lascia un po’ perplessi che sia stato proprio un uomo a compiere questa sensazionale scoperta, andando, se vogliamo, contro il proprio stesso sesso. Questo e altro, pur di superare ogni limite alla conoscenza e sottomettere Madre Natura all’homo sapiens carpendone ogni segreto. Chissà, con questo ritmo il prossimo passo potrebbe addirittura essere l’eterna giovinezza! Eppure l’opinione pubblica non si lascia abbindolare facilmente e stavolta a opporre strenua resistenza non è solo la Chiesa. E’ indubbio che Natura voglia che sia un individuo di sesso maschile ed uno di sesso femminile a concepire la vita, sia per gli umani che per il mondo animale in genere. Una realtà irrevocabile e priva di eccezioni per credenti e atei compresi. Le critiche mosse sostengono che un genitore che trae da se stesso un figlio sia un insulto alla vita stessa e al diritto di ogni persona ad avere entrambi i genitori. L’istituzione Vaticana ha messo in allarme tutta la società denunciando una crisi dei valori e della famiglia in modo apocalittico ed esagerato, puntando il dito contro la libertà dei sentimenti e delle opinioni. Ma come non preoccuparsi di fronte ad una sfida così esplicita alle leggi del corso naturale delle cose? C’è solo da sperare che si tratti di un falso allarme, di un’ambizione troppo distante dalle possibilità che l’uomo ha, per quanto evoluto e all’avanguardia possa essere oggigiorno. A sperarlo sono senz’altro gli uomini, che però, in attesa di un responso sul loro presunto ruolo “predominante” messo in dubbio, farebbero meglio a tentare di salvaguardare la propria posizione abbassando un po’ la cresta e tenendosi buono e caro il “sesso debole”, che rischia sempre più di diventare anche l’unico.

 

 

Lunaspina      

 

 

Pubblicità progresso? No grazie, solo scandalo oggi.

 

Pubblicità: familiare definizione di un fenomeno che dai tempi dei nostri nonni affolla la quotidianità di ognuno di noi, asfissiandola persino. Invenzione, o più che altro necessità, consequenziale all’apparizione della televisione. Arma indispensabile all’evoluzione del consumismo. Ma a ben rifletterci su, non è esatto definirla una comparsa totalmente inedita ed inaspettata. Non sono forse catalogabili come “pubblicità” le urla dei venditori ambulanti che espongono le proprie merci alla gente vantandone pregi e qualità e criticando la concorrenza per accaparrarsi il mercato? Anche questa è una forma di “messaggio promozionale”, forse “LA” forma per eccellenza. Se ne deduce che la pubblicità affondi le sue radici in epoche davvero ancestrali e che dunque la televisione non abbia fatto altro che trovare altri modi di praticarla, servendosi dei mezzi moderni, della diffusione di massa attraverso i media e rendendola così un business. Fin qui nulla di nuovo, solita pappardella. Ma questo, col senno di poi, va considerato un bene con vantaggi e progressi annessi, o un male con le conseguenze negative che ciò comporta? Urge un’analisi imparziale che ne esamini tutti gli aspetti. 

La funzione primaria della suddetta pubblicità è fungere da servizio pubblico che informi la gente dell’esistenza di prodotti che attraggano l’interesse generale; che questi siano utili o meno è di scarsa importanza. Al contrario, vige l’esaltazione del superfluo. Ovviamente, tale avviso, non è fine a se stesso, ma volto a portare l’individuo a desiderare un dato oggetto pubblicizzato al punto da acquistarlo, con il dovuto tornaconto di colui che lo ha creato e/o messo in vendita. Questa, quantomeno, è la mansione che ha sempre ricoperto, almeno fino a quando non ha cominciato a diventare vero è proprio spettacolo. Dal caro vecchio Carosello, alle odierne messe in scena girate addirittura da registi cinematografici, la pubblicità può essere arte. Ed essendo una delle poche forme d’arte contemporanea economicamente molto ben sostenute, talvolta lo è davvero. In quanto intrattenimento, ha l’obbligo di inchiodare lo spettatore all’apparecchio televisivo a qualunque costo e con qualunque mezzo. Un tempo ciò non era particolarmente difficile, gli svaghi erano pochi, la vita semplice e di poche pretese. Ma oggi, in una dimensione mediatica quasi surreale, dove dai telegiornali ad internet tutto ci pone di fronte alla crudezza delle cose in maniera brutale, dove tutti sin dalla più tenera età non proviamo il minimo sconcerto di fronte a scene violente di ordinaria amministrazione: sangue, cadaveri, devastazione e chi più ne ha più ne metta(il tutto rigorosamente reale e tangibile, mica frutto di un banale film dell’orrore)ci lasciano indifferenti… siamo davvero ancora capaci di interessarci a qualcosa? O, piuttosto, siamo talmente avvezzi ad un globo grottesco, dove sorpresa, stupore, rimanere di stucco, sono parole in disuso, prossime a svanire dal dizionario comune? Viviamo in perenne apnea emotiva. Tratteniamo il fiato per non respirare le emozioni forti che potrebbero meravigliarci, ma anche sconvolgerci, tuttavia pienamente consci di attraversare un’esistenza vacua e incompleta. Così andiamo a tentoni in cerca di qualcosa di imprevisto, che non sia scontato come ormai tutto intorno a noi lo è. Per questo necessitiamo di pubblicità “forti” che facciano scalpore. Perché possano donarci l’impressione di essere ancora vivi. Le vogliamo di tutti i tipi: volgari, eccitanti, enigmatiche, trascinanti, fantasiose (ammesso che di fantasia ne sia rimasta ancora), scandalose. Tutto è concesso, ma ad una condizione: che lascino il segno. Che rimangano impresse. Che facciano discutere animando dibattiti nei bar, per le vie, persino nelle scuole. “Scandalo” è la parola chiave di questa nuova moda che impone mode. Il tutto, naturalmente, studiato fin nei minimi dettagli, curando ogni particolare in modo mirato e mirabile. Nulla, dalla posizione dei prodotti sistemati strategicamente sugli scaffali dei centri commerciali, alla grafica estetica, agli slogan insensati ed effimeri che lasciano il tempo che trovano, niente è mai lasciato al caso. Oggi la pubblicità non è più un sempliciotto “il mio è meglio del tuo”, ma un articolato e sofisticato “il mio fa più notizia del tuo”. E si evolvono pure! Le si potrebbe quasi reputare un manifesto dell’epoca, crescono insieme alle persone. Una pubblicità degli anni ’90 si differenzia sostanzialmente da una del 2000, così come quella del 2000 viene messa da parte dalla netta superiorità di quella del 2007. Si impongono prepotentemente ammassandosi l’una con l’altra, ponendo dinanzi agli occhi dell’ingenuo pubblico un’idea ben chiara ed inappellabile su ciò che è “in” e ciò che è “out”. E noi, burattini impotenti, ci troviamo del tutto disarmati di fronte ai subdoli messaggi subliminali che ci manovrano. Di tanto in tanto spunta fuori qualche cosiddetta “pubblicità progresso” volta a sensibilizzare la gente ai problemi che affliggono l’umanità ed ecco che torna a farsi spazio la sete insopprimibile di sentirsi ancora su questo pianeta. Alcune sono vere ed effettivamente portano a riflettere, altre sono solo specchi per le allodole a scopo di lucro, orchestrati da abili truffatori. Curioso che in mezzo a tanto menefreghismo ed assuefazione al male, persista in ognuno di noi ancora un angolo dedito alle illusioni e portato a credere ciecamente nel primo barlume di speranza che capiti a tiro. Angolo astutamente sfruttato da chi ha invece compreso come usufruire dell’immenso potere che la pubblicità possiede. La capacità di incantare le masse e sottometterle al giogo del conformismo, la soppressione della libertà di trovare da soli i propri desideri, portata avanti a colpi di immagini e suoni da trenta secondi l'uno.

 

Lunaspina

Amore di plastica, Carmen Consoli

 
 
 
Non sei per nulla obbligato a comprendermi.
Quasi non sento il bisogno d'insistere!
E tu che mi offrivi un amore di plastica,
ti sei mai chiesto se onesto era illudermi?
Ricorda:
tu sei quello che non c'è quando io piango,
tu sei quello che non sa quand'è il mio compleanno,
quando vago nel buio...
tu sei quel fuoco che stenta ad accendersi.
Non hai più scuse, eppure sai confondermi.
Ma come posso dare l'anima
e riuscire a credere che tutto sia più o meno facile,
quand'è impossibile?!
Volevo essere più forte d'ogni tua perplessità!
Ma io non posso accontentarmi
se tutto quello che sai darmi...
è un amore di plastica.
 
Carmen Consoli

La scatola

 
Ho messo via un pò di rumore, dicono che così si fa. Nella scatola gialla col suo nome inciso sopra da una trattopenna nera, adesso si trovano quattro cd con una copertina un po' originale... fogli cartacei a quadretti, scritti a mano, con caligrafia maiuscola, blu, forse un poco infantile, ma del resto si sa, nella grafia di qualcuno si carpisce sempre un po' della sua essenza. I cd riportano tutti una dedica... non li ha mai sistemati con un qualche ordine specifico, niente tappe, o cronologia, niente "primo, secondo, terzo", "un, due, tre... si parte". Solo quelle parole, quelle scritte. E mi piace credere che pensasse a me quando le ha fatte. Mi piace convincermi che le sentisse davvero, in qualche angolo recondito del suo corpo, magari in quella parte che ha smesso di usare chissà quando,
o che forse non ha usato mai. 
 
Il primo cd, primo almeno secondo l'ordine casuale con cui li prendo tra le mani, quasi col fiato sospeso per il timore di avere un qualche flash back nel solo sfiorarli, di vedere riaffiorare il suo volto banale ancora una volta nella mia memoria sempre meno obiettiva,  contiene in sè:
 
1) Io della vita non ho capito un cazzo, Caparezza
2) Ballo in fa diesis minore, Branduardi
3) Venerdì 17, Fabri Fibra
4) Hey Dottore, Prozac +
5) I duri hanno due cuori, Ligabue
6) Non è tempo per noi, Ligabue
7) Tra palco e realtà, Ligabue
8) Tutti vogliono viaggiare in prima, Ligabue
9) Voglia di caffè (parlato), Ligabue
10) Sulla mia strada, Ligabue
11) Lontani dal mondo, Negrita
12) Seduto in riva al fosso, Ligabue
13) Un senso, Vasco Rossi
14) Quello che sei per me, 99Posse
15) Drive, Rem
16) La donna cannone, De Gregori
17) Ti sento, Ligabue
18) Almeno credo, Ligabue.
 
In fondo, scritto grande e doppio, a stampatello, puerilmente, teneramente:
"Ci han concesso solo 1 vita, soddisfatti o no qua non rimborsano mai!"
Chissà se già nello scriverlo, a suo tempo, sapeva quanto fossero vere quelle parole...
 
Il secondo cd:
1) Doppiamente fragili, Anna Tatangelo
2) Dove fermano i treni, Ligabue
3) Vengo dalla luna, Caparezza
4) Certe notti, Ligabue
5) Tutte le strade portano a te, Ligabue
6) La porta dei sogni, Ligabue
7) Destinazione paradiso, Gianluca Grignani
8) Eppure sentire, Elisa
9) Viva!, Ligabue
10) Lunaspina, Fiorella Mannoia
11) Angelo della nebbia, Ligabue
12) Ho messo via, Ligabue
13) Tu che conosci il cielo, Ligabue
14) Metti in circolo il tuo amore, Ligabue
15) Voglio volere, Ligabue
 
Sempre in fondo, sempre a stampatello grande, sempre bambinesco, sempre tenero:
"Questa qua è x te, ed anche se non è un granchè ti volevo solo dire che era qui..."
Già. ERA.
 
Il terzo cd:
stavolta in cima, niente scrittura doppia, ma ugualmente sua:
"GUARDA TE, COME MI SONO RIDOTTO... A SCRIVERE I TITOLI QUA...
MA E' SOLO QUESTIONE DI ORIGINALITA'!!!"
 
1) Urlando contro il cielo, Ligabue
2) A che ora è la fine del mondo, Ligabue
3) A pugni col mondo, Articolo 31
4) Abbi fede, Fabri Fibra
5) Gente che spera, Articolo 31
6) Tienila su, Fabri Fibra
7) S.N.O.B., Articolo 31
8) Fumo tanta erba
9) Nessuna razza, Caparezza
10) Ballando sul mondo, Ligabue
11) In ogni atomo, Negrita
12) Con queste facce qui, Ligabue
13) Figlio d'un cane, Ligabue
14) Inizio
15) Libera nos a malo, Ligabue
16) Sex, Negrita
17) Il segreto, Modà
18) Questa è la mia vita, Ligabue
19) Vivo o morto X, Ligabue
20) Libera uscita, Ligabue.
 
Quarto, nonchè ultimo, cd:
1) Una vita da mediano, Ligabue
2) Non ci guarderemo indietro mai, Negrita
3) I'm with you, Avril Lavigne
4) Seduto in riva al fosso, Ligabue
5) La farfalla giapponese, Vecchioni
6) I ragazzi sono in giro, Ligabue
7) Quella che non sei, Ligabue
8) Cerca nel cuore, Ligabue
9) Senza segreti nasceremo, Giorgia
10) Non abbiam bisogno di parole, Ron
11) Luce, Elisa
12) Sarà un bel souvenire, Ligabue
13) Spirale ovale, Articolo 31
14) Tocca qui, Articolo 31
15) Anime in plexiglass, Ligabue
16) Walter il mago, Ligabue
17) Forse mi trovo, Ligabue
18) Il lupo, Giorgia.
 
Nuovamente in fondo, per l'ultima volta... in fondo.
"Un Souvenir formato tir, a centoventi all'ora..."
L'ho fatto deragliare. D'ora in poi starò sul mio binario. Sempre, solo... il mio.
 
E poi sette cd di Ligabue, glieli avevo chiesti io... niente copertina stavolta... solo la sua grafia sottile, sgraziata, dalle lettere separate l'una dall'altra, distanti... Questo il suo rumore. Ed io l'ho messo via.
Ho messo via il fumetto di Paperino, dicono che non ho l'età, ma se si voltano un momomento io lo rileggo perchè a me... va. Ho messo via un pò di illusioni, che prima o poi basta così... le ho messe vie nell'angolo più recondito della scatola e comunque so che sono lì. Ho messo via un pò di consigli, dicono, è più facile. Li ho messi via perchè a sbagliare sono bravissima da me. Mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto, chi lo sa?!
Che posto vuoto ce n'è stato, ce n'è, ce ne sarà...
Ho messo via un po' di legnate; i segni... quelli non si può. Ma non è il male, nè la botta, è purtroppo il livido.
Ho messo via un bel po' di foto che prenderanno polvere sia su rimorsi che rimpianti che rancori e sui perchè... Ho messo via qualche lettera sparpagliata, impregnata di frasi a volte false, a volte meno, di ti amo gettati in un vento di Scirocco che è venuto portando con se' relitti d'altre terre, rifiuti, scorie, polvere dell'Etna... ed ha lasciato le mie sponde prosciugando e spazzando via tutto ciò che vi ha trovato, lasciando solo distese senza fine di deserto spoglio, privo d'ogni forma di vita, senza orizzonti. Caligrafie sottili, in blu, inconfondibili... ma anche una grafia più familiare, corsiva, così diversa dalla sua così come tutto il resto lo era. La mia. Non saprò mai davvero se sia stato un bene o un male che io abbia tenuto la copia delle lettere che gli ho scritto... fattostà ch'io l'abbia fatto, e considerando che fine abbiano fatto quelle che gli ho dato, scritte di mio pugno e di mio cuore, di mia carne, forse è meglio che almeno una parvenza del "tutto" che erroneamente ed utopicamente credevo d'avere in mano sia rimasta a me, invece che finire brutalmente nel fuoco dell'ignoranza e del menefreghismo.
Lo stesso fuoco in cui sono finita io. E ne sono stata consumata.
E la sua agenda. Oh si, ho messo via anche quanto di più intimo conservavo di lui, qualcosa che non mi appartiene, che precede il mio fuggevole ed etereo passaggio attraverso i suoi giorni, che riflette pensieri, parole, persino disegni di un'epoca antica... eppure ancora così attuale. Copertina blu scura, anno 2002... basta aprirla per essere inondati da un violento flusso di inchiostro velenoso che rigetta una sofferenza autentica, forse l'unica cosa vera in un'involucro vuoto. Un gesto di fiducia? Forse solo di disperazione.
Ho messo via il suo braccialetto, quello che indosso tutti i giorni da quando è entrato a far parte della mia vita, che per lui non significava nulla, ma forse proprio per questo rappresentava tanto per me... per la semplicità del suo essere, la quotidianità che un tempo era mia.
In queste scarpe e su questa terra che dondola, con il conforto di un cielo che resta lì...
Mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto chi lo sa?!
 
Che posto vuoto ce n'è stato,
 ce n'è...
ce ne sarà.
 
Ho messo via un bel pò di cose 
e finalmente so il perchè
io riesca a metter via te.

 
 

Fare il padre è giù un atto eroico

 
"Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ha accolto la notizia con estrema tristezza e manifesta sentito cordoglio nei confronti della famiglia della vittima, Daniele Paladini, 35 anni, marito e padre di una bambina di sei."
tg5
 
Caro Presidente Napolitano, immagini quanto possa importare delle sue sentite condoglianze ad una bimba di sei anni che non rivedrà più suo padre.
 
Valutate voi quanto possa importare ad una donna che non rivedrà mai più l'uomo che amava e con cui aveva costruito una famiglia.
 
METTETEVI NEI SUOI PANNI.
 
Morto in un paese straniero, lontano dalle persone che amava e che lo amavano.
Non è morto al calduccio in un letto accogliente, negli ultimi anni di una vita vissuta con pienezza. Non è morto nel sonno. E' morto per salvare la vita di bambini non suoi. Loro sì che vedranno ancora i loro padri. Morto per una una guerra non sua, che non ha scelto lui di far scoppiare, che non lo riguarda. Morto in nome di un paese che nemmeno sa della sua esistenza come PERSONA e non come militare, che non gli ha mai dato NULLA e che gli ha strappato TUTTO. Un paese che riderà di lui dall'oggi al domani, criticandolo, insultandolo, dicendo che "se l'è andata a cercare", nei bar, nei luoghi di lavoro. Un paese che si dispiacerà per la sua scomparsa, piangerà persino, pur non conoscendolo, pur non avendo idea di chi fosse, tenendo conto solo la perdita di un soldato, l'ennesimo, e non la perdita di un uomo in quanto individuo umano. Un paese che oggi scrive di lui su giornali che finiranno nella spazzatura già stasera, ricoprendo le gabbie dei nostri uccelli insieme ai ricordi di oggi, mischiati a quelli di ieri, e tutti perduti nel dimenticatoio perchè tanto ormai, che vuoi farci, queste son cose che capitano di continuo, giorno per giorno. Ci siamo abituati! Uno in più, uno in meno... che differenza vuoi che faccia? Il mondo va avanti lo stesso! La vita continua! Provate a dirlo a quella donna e a quella figlia che la vita va avanti. Provate ad immaginare di essere VOI quella figlia.
 
Avete idea della sofferenza?
 
Avete idea di che significhi perdere così, in uno schiocco di dita, un padre peraltro spesso e continuo assente proprio per rappresentare quel paese che se ne frega senza nemmeno ricambiare con un semplice "grazie"? Sapete cosa si prova a crescere, affrontare i vari stadi naturali di pubertà, adolescenza, età adulta, senza la figura paterna accanto? Essere consapevoli che non è stata la vita a riprenderselo, non è stato "Dio", semmai esiste, non è stato il caso o la mera fatalità, ma piuttosto un evento perfettamente prevedibile e provocato dall'egoismo e dalla cupidigia spregiudicata ed illogica del GENERE UMANO?
Ecco. Ditelo a lei che la ruota degli eventi, tra continue morti e continue nascite (entrambe sempre più in disequilibrio), non si ferma nemmeno per un secondo, nemmeno adesso che suo papà è... MORTO.
E voi, "italiani", voi "grandi", volete fargli un funerale di stato solo perchè era un militare che ha "dato la vita per la patria" e rovinato la sua stessa famiglia per questo, punto e basta? Non vedete altro in lui? No. Daniele Paladini, chiunque egli fosse, non era solo un militare. Era un essere umano, un individuo pensante, capace di provare sentimenti, di lottare per le cose in cui credeva. Basta questo a giustificarlo? Niente affatto. Non so cosa Paladini fosse, ma so cosa NON era. Non era un eroe. Eroe è chi capita per caso a fare del bene. Non è chi va a cercarsi "l'onore", andando a giocare ai soldatini in un paese che rischia un attentato all'ordine del giorno. Non è chi, per una visione distorta di dignità ed orgoglio patriottico fittizio abbandona la famiglia che, per averla avuta, si immagina l'abbia anche voluta. Cosa penserà sua figlia di lui quando crescerà? Lo riterrà un eroe di guerra o semplicemente un uomo egoista che per inseguire una chimera ha salvato i figli d'altri ma non la sua?
Ma la cosa su cui ci si dovrebbe soffermare è: la morte di quest'uomo, padre, marito, cittadino italiano, soldato... è servita a qualcosa?
A pensarci bene c'è ben poco da rifletterci, la risposta è facilmente arguibile: NO.
Si, è vero, ha salvato la vita ad altri bambini senza il cui intervento probabilmente sarebbero morti, ma, è davvero per la pace che questi soldati partono? E' bene ammetterlo una volta per tutte: questa missione afghana, così come tutte le missioni dello stesso stampo, hanno fallito (ammesso che il loro intento fosse davvero quello di portare pace). Il popolo sta dalla parte dei terroristi, e non perchè lo siano anch'essi, ma perchè vedono lo straniero come invasore e non certo come buon samaritano votato ad aiutarli. E come dargli torto? Invece di ricevere sostanziosi quanto necessari viveri ed aiuti concreti, vengono inviati militari su militari. I bambini di quei posti hanno bisogno di gente che costruisca loro scuole, ospedali, strutture valide che ricostruiscano una civiltà distrutta, non di gente in grado solo di impugnare un fucile e di azionare una bomba. Queste missioni non sono nè affiancate nè tantomeno approvate dall'ONU, ma sotto la giuristizione della NATO, che, contrariamente all'Onu che vuole rappresentare tutte le nazioni e salvaguardare i diritti umani, pensa solo ad interessi di tipo economico e capitalistico! L'episodio di oggi avrebbe dovuto fungere da monito a chi di dovere e porre fine a queste folli spedizioni suicide, quantomeno quella afghana. Ma a quanto pare la risposta si è persa nel vento, come direbbe Lennon, e com'era prevedibile. Ed il caro premier Prodi afferma risolutamente che "quanto accaduto non mette assolutamente a repentaglio la missione".
Si. Daniele Paladini è morto invano.
 
Egregio presidente Napolitano, invece di preoccuparsi tanto di porgere le sue "sentite" quanto inutili condoglianze, perchè non prova a fare in modo che episodi del genere non si verifichino nuovamente? E' in suo potere! A quella bambina non importa un fico secco del suo cordoglio verbale. La cosa migliore che possa fare per lei e per tutte le figlie d'Italia è garantire loro che non perderanno i loro padri per assicurare più petrolio al suo caro collega ed omonimo americano. Nel luglio del 43, come lei ben sa, gli americani lanciarono diversi volantini sulle maggiorni città sicule come monito ai soldati italiani, per informarli della prossima caduta del Fuhrer, alla fine dei quali la frase conclusiva recava le seguenti parole: "Hitler combatterà fino all'ultimo italiano". Oggi, su quel volantino, che nome crede che debba comparire? Quanto ancora lei e la nostra nazione dovremo sentirci in debito? Forse fino a quando l'ultimo pseuodo patriota italiano non finirà sotto le bombe? Sarà sazio di forzata quanto ingiusta gratitudine allora?
 
Lunaspina 

Spicchi di pensieri sparsi

 
 
ROSSA DI VITA
Rossa d'ardore, arcaico candore
mutato in acceso colore
che ricopre, ammantandolo,
un pallido giorno d'estate all'autunno promesso.
Rossa fuorviante, esitante,
tu arrossivi di languore
imporporando, toscanaccia, i lineamenti tuoi.
Rossa: rabbia, rancore, amore, passione,
tutte palpitano con te, in te,
le molteplici voci dell'animo.
Incarni forza vitale, tu.
All'unisono intoneranno
un canto tribale di gloria
le furie, tue adepte,
tue amanti primordiali.
Tua l'impronta rossastra
macchierà la terra di eterno sentire.
 
 
  
 
i2026546777902uo5
Sfacciata nullafacenza stamane.
Mentre una punta di gelo
affiora dall'epidermide,
io mi bagno d'inquietudine.
Il Delta malato,
un veleno di voglia velato,
scorre nelle mie tiepide acque
infestate da frotte di relitti.
Brama le fertili terre
scosse da moti perpetui
ove rifluire libero,
spoglio d'ogni titubanza.

 
i2026546777902uo5
Pupille offuscate
da quei
cerulei, familiari contorni:
posatevi  in quell'inanimato
oggetto pulsante.
Labbra tumide
di efferrato trasporto:
succhiate fino all'ultima
goccia purpurea.
Avverto apatiche
sensazioni crepuscolari
attraverso i corpuscoli
della mia flebile carne vorace.
Insaziabile anticamera sanguinolenta:
divora le sue interiora.
Ora.
Fa lesta!
Il giorno volge al dunque oramai.
 
 
Lunaspina
 

Epitaffio del Mondo

 
Mi trovo davanti ad una lapide di pietra bianca. L'epitaffio reca la scritta: 
 
"Mondo,
presto."
 
Alle spalle della tomba c'è un immenso schermo da cinema su cui vengono proiettate diverse scene, una dopo l'altra, in un ritmo frenetico che mi impedisce di distinguerle tutte. Vedo guerre d'ogni epoca, campi di concentramento, bombe che esplodono, la caduta delle Torri Gemelle, dittatori che parlano a folle che si ammazzano, donne stuprate, madri che ammazzano i figli. Sangue e morti dappertutto. Mi volto sconcertata e vedo che la lapide del Mondo si è ingigantita per tutto il peso di ciò che contiene.
Sull'epitaffio ora una scritta diversa:
 
 
Occhi pesti
consumati, eclissati, abusati.
Cos'avete visto?
Cos'avete profanato?
Occhi pesti,
color nero buio,
ebano e albicocca per contorno.
Occhi mesti.
Il mondo vi ha costretto
a solcare la falange dei suoi confini
varcando restrinzioni terrene
per asceendere alla profondità degli abissi.
Abissi pesti.
Abissi mesti.
Era questo ciò che volevate?
Andare al fulcro d'ogni verità,
cavarvi le cavità oculari
e gettarle in pasto alle fiere affamate,
araldi di conoscenza,
custodi di chiarezze ambigue?
L'avete preteso,
oltraggiando voi stessi,
la vostra natura di puri occhi umani indegni,
occhi limpidi. Occhi vuoti.
Avete violato la purezza dell'ignoranza
per acquisire metodi fallaci di verità.
Astri incandescenti,
le verità vi han reso PESTI!
Giacchè le pupille della specie virale vostra
non son state create per carpire
ma solo per accettare inganni e compromessi.
La verità vi ha resi oscuri, dardeggianti d'isteria!
Rabbia, vomito, disgusto, ripugnanza
vi han resi semi cechi,
ebbene, nella vostra putrida cecità rinnovata,
ORAVEDIATE PURE!
Occhi pesti,
affacciatevi fuori dalle vostre calde membra.
Cosa vedete ora?
 
"La fine degli albori e della luce.
Vediamo...
occhi pesti."
 
Ai piedi della lapide vedo uno specchio meraviglioso, in argento lavorato. Mi ci guardo e riflessi vedo solo i miei occhi completamente neri e pesti.
 

Il fermaglio


C’era una volta un fermaglio. Era rosso e nero, sfavillante, a forma di farfalla, con meravigliose antenne d’oro dalle punte di rubino. Stava in bella vista dietro la vetrina d’un negozio. Una bambina dalla pelle così chiara da essere quasi trasparente e lunghi capelli ondulati color ebano andava tutti i giorni davanti alla vetrina lustra lustra per ammirare il fermaglio farfallesco. Restava lì impalata per interi pomeriggi, con gli occhi lucidi, rimirandoselo tutto ed immaginando quanto sarebbe stato bene tra i suoi capelli. Guardava con tale desiderio quel fermaglio che lui se ne accorse e ne rimase così lusingato che s’innamorò della bambina. Così trascorrevano le giornate: con la bambina che attendeva ansiosa l’apertura della vetrina per fiondarsi a guardare estasiata la farfalla, e questa che si invaghiva sempre più e non bramava altro che stare tra i suoi capelli. Un bel giorno la bimba fece il compleanno e ricevette tanti soldi in dono. Il fermaglio esultò di gioia nel vederla entrare nel negozio per comprarla. Si concesse volentieri e senza remore. Appena fu tra le mani della sua amata provò una felicità che le era sempre stata negata da dietro quel vetro. Sentiva pulsare le sue delicate antenne di squisita fattura italiana al pensiero che avrebbe trascorso l’eternità tra quei soffici capelli. Il sorriso della bimba si allargò da un orecchio all’altro sul suo etereo volto quando strinse a se la preziosa farfalla quasi fosse il suo bene più raro e temesse che anche uh solo alito di vento potesse rubarglielo. Ma, ahimé,  osservandone bene la forma, la bambina si accorse che le ali del fermaglio erano leggermente arrugginite e che le era parso molto più bello da dietro la vetrina, anziché adesso che lo aveva tra le mani e le sembrava il più comune degli aggeggi. Non sapendo più cosa farsene, lo lasciò cadere per strada. La farfalla, affranta dal dolore per essere stata illusa e poi rifiutata, rimase lì sul marciapiede per quattro stagioni. Rimase lì quando il gelido ago dell’inverno si accanì contro la sua esile figura ricoprendola di neve. Rimase lì quando nessun altro la colse. In quel torpore il fermaglio aveva un solo desiderio: che la morte facesse in fretta a coglierla nel suo freddo abbraccio e la liberasse dalla sua pena. Aveva ormai rinunciato alla speranza che la bambina tornasse sui suoi passi pentita d’averla abbandonata. Quando venne la primavera giunse ad una conclusione: non era lei a non essere bella. Capì che la bambina l’aveva desiderata ogni giorno solo perché non poteva averla, resa irraggiungibile dal vetro, e quando l'aveva avuta tutta per sé, come succede quando si soddisfa con troppa facilità ciò che è solo un  capriccio, si stancò di lei. E la consapevolezza è potere. E il potere è magia. Così la magia data dalla conoscenza trasformò il fermaglio a forma di farfalla in una farfalla vera e propria, che si sollevò da quella squallida stradina e volò via da quel piccolo paesino insignificante, libera, in cerca di nuove mète.

Nel giro di un sol giorno sorvolò tutta la Terra, andando di popolo in popolo, e tutti lodarono l’incredibile bellezza delle sue ali rosse e nere e delle sue antenne dalle punte simile a due rubini. Ovunque la farfalla andasse la gente la trovava incantevole, di uno splendore non appartenente a questo mondo. Tante bambine la invitarono a poggiarsi tra i loro capelli, ma lei rifiutò sempre. Il dolore era ancora troppo vivido. Alla sera, soddisfatta di avere avuto conferma della sua bellezza, chiuse gli occhi, abbassò le antenne di rubino e scivolò lentamente nell’oblio.

E non si svegliò mai più.

 

Lunaspina

(FINALE ALTERNATIVO, per chi preferisce il lieto fine)

Nel giro di un sol giorno sorvolò tutta la Terra, andando di popolo in popolo. Tutti la trovavano incantevole, ma distoglievano lo sguardo poco dopo attratti da bellezze più grandi della sua. Tante bambine la invitarono a poggiarsi tra i loro capelli, ma lei rifiutò sempre, rammentandosi della facilità con cui la sua l’aveva illusa per poi gettarla via. Volando di luogo in luogo, finì in un posto poverissimo dove vide una bambina rimasta sola al mondo. Non possedeva nulla al di fuori di se stessa, ma nonostante questo non smetteva mai di sorridere alla vita, anche se questa era stata dura con lei. La farfalla, incuriosita, si posò sulla sua spalla ricoperta di stracci, per darle conforto. La bimba la guardò e con grandi occhi colmi di meraviglia le disse di non aver mai visto nulla di più bello. Lo disse con uno sguardo diverso da quello di tutte le altre bambine. Era privo di brama e cupidigia. Era umile. La farfalla si sistemò tra i suoi capelli impolverati ma belli e capì che il suo posto era lì. Quella bambina non l’avrebbe mai gettata via. Per lei, era davvero il tesoro più prezioso di tutto l’universo e l’avrebbe considerata tale anche qualora le sue ali si fossero sciupate. 

E si rese conto di essere amata esattamente per ciò che era, e non per ciò che appariva.  

Lunaspina

Lunaspina, Fiorella Mannoia

 
Io mi vesto normalmente come chi ha poca fantasia; come chi mette qualcosa e poi non deve andare via. Mi avvicino alle persiane, sento il mondo che fa rumore e gli orologi di una casa non si fermano mai. E mi fido facilmente delle ombre via via, che riesco ad essere assente e a non cercarmi compagnia. E di notte sento bene i ritmi del mio stesso cuore e le voci di una casa non s'imparano mai... Ho un lavoro qui vicino, il mio lavoro non mi piace, perchè mi consuma gli occhi e poi mi mangia le giornate. E in tutto questo non vedere e in tutto questo non ricordare e in tutto questo non amare io sono qui che vivo...
Io no, io no, io no, io no!
Io non ho terre da sognare,
io non ho voci da seguire,
io sono qui che aspetto...
Io no, io no, io no, io no!
Io non ho lettere da spedire,
non ho parole da imparare per cantarle sola...
 
Com'è tarda questa notte, e la mia Lunaspina, venga giù alla finestra quella luce bambina! Venga giù dal silenzio mia cara compagnia! Coi miei muscoli stanchi io sono qui che aspetto...
 
E no e no e no e no!
Io ne avrei terre da sognare,
ne avrei di voci da seguire,
io NON E' VERO CHE ASPETTO!
E no e no e no e no!
Io ne avrei lettere da spedire,
ne avrei parole da imparare per non cantarle sola...
E no e no e no e no!
Io ne avrei dette di parole!
Io non l'ho amato il mio dolore!
Io non è vero che aspetto!
E no e no e no e no!
Ne ho gridate di parole!
Che NON L'HO AMATO IL MIO DOLORE
e adesso canto sola...
come se fosse facile convincersi a non ridere troppo...
di sè.

... Dì Un Po' Te CoMe Ti VoGlIoNo...

 
 
 
ErI iN mEzZo A cHi Ti DiCe
"SCEGLI: O TROIA O SPOSA!" 
 
Ligabue
 

Lunaspina Lunaspina

Occupation
Location
Interests
Beh...In poche parole? Diversa, bastarda, eccentrica, testarda, impulsiva, espansiva, isterica, sfacciata, empatica, logorroica, violenta, (s)leale, schietta, aggressiva, complicata, profonda. In una sola parola: INGESTIBILE. Vivo in un angusto paese ai confini del mondo, un buco infernale dimenticato da dio con la stessa densità di abitanti pari a al Timbuctù. Ho tanti sogni, troppi. Alcuni sono realizzabili, altri no. Non so cosa farò della mia vita, ma so per certo che avrà a che fare con l'inchiostro, perchè esso mi scorre nelle vene e questo è realizzabile. Un giorno riuscirò a vendicarmi di tutti coloro che mi hanno fatto del male con la mia sola realizzazione ed anke qst è realizzabile. Vorrei tanto che l'umanità non fosse ancora così bigotta e malvagia e sgranasse gli occhi una buona volta, si sturasse le orecchie per ASCOLTARE...ma questo non è realizzabile...
Photo 1 of 74

C'è un tuo pensiero inespresso che voglio catturare... non lasciare che si disperda nella notte: scrivilo qui

 

Please wait...
Sorry, the comment you entered is too long. Please shorten it.
You didn't enter anything. Please try again.
Sorry, we can't add your comment right now. Please try again later.
To add a comment, you need permission from your parent. Ask for permission
Your parent has turned off comments.
Sorry, we can't delete your comment right now. Please try again later.
You've exceeded the maximum number of comments that can be left in one day. Please try again in 24 hours.
Your account has had the ability to leave comments disabled because our systems indicate that you may be spamming other users. If you believe that your account has been disabled in error please contact Windows Live support.
Complete the security check below to finish leaving your comment.
The characters you type in the security check must match the characters in the picture or audio.
Dec. 24
Bookwrote:
Bhè che dire... questo blog ti lascia senza fiato...
 
che dire.... solo un piccolo consiglio
 
"La vita ti sorride solo se la guardi sorridendo....."
 
....forse hai avuto un po' di sfortuna.... ma non può piovere per sempre no ?
 
Oct. 6
Mi piace. Mi piace quello che scrivi e come lo scrivi. Mi ci rivedo un po', ora che sto disperatamente cercando di diventare una self-made- woman. Ma la strada è lunga e impervia. Sento disperatamente il bisogno di dipendere da qualcuno. Spero almeno che quello che mi avrà tra le braccia e si insinuerà tra le mie cosce abbia qualcosa da insegnarmi senza necessariamente dover dilaniare le mie carni.
Sept. 9
claudiowrote:
fai bene a non fidarti degli sconasciuti, sono capitato nel tuo space per caso è mi è piaciuto molto complimenti. comunque sono un ragazzo di quasi 22 anni, abito anch'io in un piccolo paese( per fortuna in campagna). altro da dire? leggi il  mio profilo e decidi se mi vuoi come amico oppure no, sei libeara di fare come vuoi. dimenticavo, puoi stare tranquilla non sono un serial  killer. ciao
Aug. 31
Amicizia ...wrote:

cucciolo




 
July 17

IO IN NOTE

 
MusicPlaylist
Music Playlist at MixPod.com